Modulo 1 · Misurare ciò che conta

Nessun numero senza confronto

6 minuti di lettura A cura di Dario Pagnoni

Lezione gratuita del corso Misurare il valore: dati, tracciamento e dashboard.

Dal campo

«Il sito ha fatto 3.200 visite questo mese.» È un buon risultato? Impossibile dirlo. Rispetto a cosa? Alle 1.800 di un anno fa è ottimo; alle 5.000 di due mesi fa è un allarme; per un e-commerce che vive di volumi è pochissimo, per uno studio professionale che chiude tre incarichi l’anno è irrilevante comunque.

Il numero non contiene il giudizio. Il giudizio nasce dal confronto, e questa è la ragione per cui tanti report si leggono senza capire se si stia andando bene: sono elenchi di valori assoluti.

I tre confronti che danno senso ai numeri

1. Con il passato. Lo stesso numero nel periodo precedente e nello stesso periodo dell’anno scorso. Servono entrambi, e il secondo più del primo: la stagionalità inganna, e confrontare dicembre con agosto non dice nulla su come si sta lavorando. Quasi ogni attività ha un ritmo annuale, e chi lo ignora scambia regolarmente la stagione per un risultato, in entrambe le direzioni.

2. Con l’obiettivo. Il valore che si era dichiarato di voler raggiungere, scritto prima. Senza un obiettivo dichiarato in anticipo, ogni risultato si può raccontare come un successo, e di solito lo si fa in buona fede.

3. Con il contesto. Il resto della catena. Le visite crescono ma i contatti no? Il problema non è stato risolto: si è spostato più avanti, e l’aumento del traffico ne ha solo cambiato la scala. È il confronto che si dimentica più spesso, e l’unico che dice se il miglioramento è arrivato fino al fatturato.

Un quarto confronto viene chiesto spesso e conviene ridimensionarlo: quello con i parametri di settore. I dati di confronto pubblicati mescolano aziende con margini, prezzi e mercati incomparabili, e servono al massimo come ordine di grandezza. Il proprio storico è un metro molto più affidabile della media di qualcun altro.

La baseline: fotografare prima di cambiare

Ogni progetto di marketing serio comincia con una fotografia: i valori attuali delle metriche chiave, scritti e datati. Sembra banale, e quasi nessuno lo fa. Senza baseline, tra sei mesi nessuno saprà dire se le cose sono migliorate, e le discussioni sul budget torneranno a essere questioni di opinione, che vince chi parla meglio.

La baseline minima è la tabella delle cinque metriche della lezione precedente, con i valori degli ultimi tre-sei mesi. In pratica:

  • Da dove si prendono i numeri. Il gestionale per fatturato e clienti, il registro dei contatti o il foglio per le richieste, gli estratti delle piattaforme per la spesa, il sito per le visite. Una fonte per metrica, scelta e scritta accanto al numero.
  • Quanto si va indietro. Sei mesi se ci sono, tre come minimo, dodici se l’attività è stagionale. Meno di tre mesi non permette di distinguere una tendenza da un mese storto.
  • Cosa fare dei buchi. Si stimano, e si scrive che sono stime. Una stima dichiarata è utilizzabile; un numero preciso di provenienza ignota no.

Un pomeriggio di lavoro, spesso il più redditizio del trimestre, perché tutto quello che verrà dopo si misura contro quel foglio.

Gli obiettivi si dichiarano prima

Fissata la baseline, gli obiettivi diventano una conseguenza invece che un desiderio. Un obiettivo utile ha tre proprietà: parte dal proprio storico e non da un’aspirazione tonda, ha una data, ed è formulato in modo che a fine periodo si possa dire senza discussioni se è stato raggiunto.

«Vogliamo crescere» non è un obiettivo. «Portare i contatti qualificati da 18 a 25 al mese entro sei mesi, misurati sul registro» lo è. E quando l’obiettivo non viene raggiunto, la sua utilità si vede tutta: si sa di quanto si è mancato e si può chiedere perché, invece di riscrivere la storia.

Vale la pena aggiungere una cosa che si scopre presto: le fonti dei dati non coincideranno mai al centesimo, perché contano cose diverse in momenti diversi. La riconciliazione pragmatica è scegliere per ogni metrica una fonte di riferimento e preoccuparsi delle tendenze che non concordano, non dei decimali. Il modulo sull’attribuzione spiega perché le divergenze esistono e quanto sono fisiologiche.

Al lavoro con l’AI

«Ecco i miei dati degli ultimi sei mesi, anche incompleti: [incolla ciò che hai: visite, contatti, preventivi, vendite, spesa]. 1) Costruisci la mia baseline in una tabella pulita, con la fonte accanto a ogni metrica e i buchi segnalati come tali. 2) Per ogni metrica indica tendenza, possibile stagionalità e anomalie da verificare, distinguendo ciò che i dati sostengono da ciò che è una tua ipotesi. 3) Proponi obiettivi realistici a sei mesi per ciascuna, partendo dal mio storico e non da medie di settore, con la logica che li giustifica. 4) Dimmi quali confronti non posso ancora fare e quali dati dovrei cominciare a raccogliere da subito per poterli fare fra tre mesi.»

Errori comuni

  • Confrontare col mese sbagliato: senza il paragone con lo stesso periodo dell’anno precedente, la stagionalità si legge come merito o come colpa.
  • Dichiarare gli obiettivi dopo: fissare l’asticella a risultato noto è autoinganno, e funziona benissimo.
  • Festeggiare un numero isolato mentre la giuntura successiva della catena peggiora.
  • Rimandare la baseline al momento in cui i dati saranno completi: quel momento non arriva, e intanto si perde il termine di paragone.
  • Pretendere che le fonti quadrino al centesimo: chi insegue la quadratura perfetta abbandona la misurazione entro tre mesi.

Checklist operativa

  • Costruisci la tua baseline: le cinque metriche, ultimi tre-sei mesi, in una tabella datata con la fonte accanto a ogni numero.
  • Segna come stime i valori che hai stimato, invece di lasciarli sembrare misure.
  • Dichiara per iscritto gli obiettivi a sei mesi per ciascuna metrica, partendo dal tuo storico.
  • Aggiungi a ogni metrica il confronto con lo stesso periodo dell’anno precedente, dove esiste.
  • D’ora in poi: mai presentare, e mai accettare, un numero senza il suo confronto.