Modulo 1 · Misurare ciò che conta

Metriche di business e vanity metrics

7 minuti di lettura A cura di Dario Pagnoni

Lezione gratuita del corso Misurare il valore: dati, tracciamento e dashboard.

Dal campo

Un report mensile di dodici pagine: copertura, visualizzazioni, follower, tasso di interazione, tutto in crescita, tutto verde. Alla domanda del titolare, «ma quanti clienti ci ha portato?», segue il silenzio. Nessuna delle metriche del report c’entrava con i clienti.

L’agenzia non era in malafede: misurava ciò che era facile misurare, che è quello che fanno quasi tutti. Il primo lavoro sulla misurazione, in quasi ogni PMI, non è tecnico, ma decidere cosa merita di essere misurato.

Prima della misura, la mappa

C’è un errore di prospettiva che precede ogni errore di misurazione: identificare «il marketing» con le campagne a pagamento, e quindi misurare solo quelle. La realtà di qualunque azienda sana è più ricca. Clienti, ordini e margine arrivano da molte sorgenti contemporaneamente:

  • il passaparola e le referenze, che per la maggior parte delle PMI italiane sono la sorgente principale;
  • i clienti esistenti che tornano: riacquisti, rinnovi, ampliamenti. Il fatturato più economico che esista;
  • la ricerca: chi cerca l’azienda per nome, o cerca ciò che l’azienda fa, e la trova;
  • i contenuti e i social organici: chi arriva perché ha letto, visto o ascoltato qualcosa;
  • la rete commerciale, le fiere, le relazioni, che nel B2B sono spesso la parte del leone;
  • il luogo fisico: il negozio sulla strada giusta, lo showroom, il territorio;
  • i marketplace e i portali di terzi: Amazon, i portali di prenotazione, i comparatori;
  • le campagne a pagamento, che sono una sorgente tra le altre.

Vale la pena fissare il punto, perché orienta tutto il corso: la pubblicità è un canale della mappa, non il valore predefinito del marketing. È spesso la più rapida da accendere e la più facile da misurare, e raramente è la prima per volume di valore.

L’esercizio con cui si comincia, a spanne oggi e con i dati domani: elencare le proprie sorgenti e assegnare a ciascuna una stima di quanti clienti nuovi, quanto fatturato e quanto margine ha prodotto nell’ultimo anno. Le caselle dove la risposta è «non ne ho idea» sono l’agenda di lavoro di questo corso.

Il test della decisione

Con la mappa davanti serve un criterio per separare i numeri che contano da quelli che riempiono le pagine. Il criterio è uno e si applica in due secondi: se questo numero cambia, cambia qualche mia decisione? Se la risposta è no, è una vanity metric. Può gratificare, non serve a governare.

  • «Le visualizzazioni sono passate da 10.000 a 15.000.» Cosa faresti di diverso? Quasi sempre niente.
  • «Le richieste di preventivo da Google sono passate da 12 a 5.» Decisione immediata: capire perché, controllare campagne e posizionamenti.

Le metriche di vanità non sono inutili in assoluto: come diagnosi intermedie hanno un ruolo. Diventano dannose quando diventano obiettivi, perché la copertura si ottimizza facilmente e il margine no, e ogni sistema, agenzie comprese, tende a ottimizzare ciò su cui viene giudicato.

La catena del valore misurabile

Ogni azienda ha una catena che va dal primo contatto al margine. Nella forma è uguale per tutti, nei dettagli è diversa in ogni azienda:

Spesa e sforzo → contatti o opportunità → clienti → fatturato → margine

Le metriche che contano stanno sulle giunture: quanti visitatori diventano contatti, quanti contatti diventano preventivi, quanti preventivi si chiudono, quanto vale in media un cliente nel tempo. Sono questi rapporti, non i valori assoluti di visibilità, a dire dove il sistema perde e dove conviene investire.

Per ogni anello servono tre cose, e nessuna è un software: una metrica (cosa si conta), una fonte (da dove arriva il numero), una persona (chi lo tiene d’occhio).

I buchi tipici, per tipo di business

La catena si rompe in punti prevedibili, e conviene sapere dove sta il proprio.

E-commerce. Quasi tutta la catena è tracciabile. I buchi veri sono a valle: resi, margini per prodotto, riacquisto. Si chiudono collegando i dati del negozio online con quelli del gestionale. La trappola tipica è fermarsi al fatturato di piattaforma e non arrivare mai al margine.

Chi raccoglie richieste e poi vende (servizi, B2B, edilizia, consulenza). Qui c’è il buco più costoso: si misura tutto fino al contatto e poi il nulla fino al contratto. Chi ha vinto? Quanto valeva? Da quale sorgente veniva? Senza questo pezzo ogni valutazione dei canali è cieca, perché cento contatti curiosi valgono meno di dieci giusti e non c’è modo di saperlo. La soluzione non è un software costoso, ma un registro dei contatti, anche un foglio condiviso, con data, sorgente, esito e valore.

Attività locale. La conversione avviene al telefono, alla porta, al banco: il digitale la prepara. Si misura con proxy onesti: chiamate e richieste di indicazioni dal profilo Google Business, prenotazioni, un «come ci ha conosciuto?» chiesto con costanza e annotato. Nessuno è perfetto da solo; insieme disegnano la mappa più che decentemente.

Le cinque metriche di partenza

Per iniziare non ne servono trenta. Cinque, lette ogni mese:

  1. Contatti qualificati: quante persone giuste hanno alzato la mano questo mese.
  2. Tasso di conversione del sito: visite verso contatti.
  3. Tasso di chiusura: preventivi verso clienti.
  4. Costo per contatto: spesa marketing diviso contatti generati.
  5. Valore medio cliente: quanto vale, nel tempo, un cliente acquisito.

Con questi cinque numeri si risponde già alla domanda che apre ogni discussione seria sul budget: quanto ci costa un cliente nuovo e quanto ci rende. E si possono contare a mano, da subito, senza aspettare che il tracciamento sia perfetto.

Al lavoro con l’AI

«[Documento di contesto aziendale.] Sei un consulente di misurazione per PMI, pragmatico, e non ami le metriche inutili. Intervistami una domanda alla volta: 1) la mappa delle mie sorgenti di valore, con una stima dei pesi in euro, aiutandomi a stimare dove non ho dati; 2) la catena spesa, contatti, clienti, fatturato, margine per il mio tipo di business, segnalando i buchi dove oggi non ho numeri; 3) le mie cinque metriche di partenza, ciascuna con la fonte da cui la recupero e con chi la tiene d’occhio. Se una metrica che propongo non cambia nessuna decisione, dimmelo e scartala.»

Errori comuni

  • Misurare ciò che è facile invece di ciò che è utile: i numeri di visibilità sono i più accessibili e i meno decisivi.
  • Misurare solo la pubblicità: la mappa ha otto sorgenti, e ottimizzarne una sola mentre le altre non si guardano è il modo più diffuso di lavorare sul 10% del valore.
  • Confondere le metriche di piattaforma con i risultati di business: servono a condurre le campagne, non a giudicare il marketing.
  • Aspettare il tracciamento perfetto: le cinque metriche di partenza si contano anche a mano, e la versione approssimativa di oggi vale più di quella esatta fra sei mesi.

Checklist operativa

  • Disegna la mappa delle tue sorgenti di valore con una stima dei pesi in euro, e l’elenco onesto dei «non lo so».
  • Applica il test della decisione alle metriche che guardi oggi: quali sopravvivono?
  • Disegna la catena della tua azienda e individua il buco tipico del tuo tipo di business.
  • Recupera i valori attuali delle cinque metriche di partenza, stime accettate.
  • Attiva il «come ci ha conosciuto?» su tutti i punti di contatto, e annota le risposte da domani.