Modulo 3 · Strategia prima dei tool
Budget: quanto, dove, con che logica
Lezione gratuita del corso Fondamenta di marketing per PMI.
Dal campo
Una volta ho passato una mattinata ad analizzare un account Google Ads gestito davvero bene. Campagne ordinate, parole chiave pertinenti, annunci curati, costi per click sotto la media del settore. L’agenzia faceva un buon lavoro, e i report lo dimostravano: le vendite generate dalle campagne crescevano da sei mesi.
Poi, insieme all’amministratrice, abbiamo fatto un esercizio che nessuno aveva mai fatto: abbiamo messo in colonna, per ciascuna delle tre linee di prodotto, il prezzo medio di vendita, i costi diretti e il costo pubblicitario per vendita. Risultato: sulla linea che generava più volume, quella su cui le campagne “funzionavano meglio”, l’azienda perdeva denaro a ogni ordine. Non per colpa delle campagne, ma di un margine che nessuno aveva mai calcolato e comunicato a chi le gestiva. L’agenzia ottimizzava, in perfetta buona fede, la velocità con cui l’azienda perdeva soldi.
Il budget di marketing non si decide «a sensazione» né copiando percentuali da manuale: si decide partendo dai numeri di una singola vendita. Questa lezione costruisce quei numeri.
Quanto: la regola della sostenibilità
Il budget giusto non è una percentuale da manuale, ma la cifra che puoi sostenere per almeno dodici mesi senza ripensamenti. Meglio 1.000 euro al mese per un anno che 4.000 al mese per tre mesi. Il marketing ha tempi di innesco: campagne che si ottimizzano, contenuti che si indicizzano, fiducia che si accumula. Interrompere azzera gran parte dell’investimento fatto. Come visto nel modulo 2, nella PMI il budget è cassa che compete con magazzino, tasse e stipendi: per questo la sostenibilità va decisa guardando il mese peggiore, non quello migliore.
Per una PMI tipica, un punto di partenza onesto: tra l’1% e il 3% del fatturato per chi ha già un flusso di clienti consolidato, di più solo in fasi di lancio o cambio mercato, e comunque mai oltre la soglia della serenità.
I quattro numeri che governano il budget
“Unit economics” significa semplicemente: i conti fatti su una singola vendita o un singolo cliente. Sono quattro numeri, si calcolano con un foglio di calcolo e un pomeriggio, e senza di essi ogni decisione di budget è una scommessa al buio.
1. Il margine di contribuzione. Quanto resta di ogni vendita dopo i costi diretti. Riprendiamo l’esempio del modulo 1 e completiamolo con una seconda linea:
| Prodotto A | Prodotto B | |
|---|---|---|
| Prezzo di vendita | 100 € | 100 € |
| Costo del prodotto | 40 € | 62 € |
| Spedizione/consegna | 10 € | 10 € |
| Commissioni (pagamenti, piattaforme) | 5 € | 5 € |
| Margine di contribuzione | 45 € | 23 € |
Stesso prezzo, stessa cura, stesse campagne: ma il prodotto B può permettersi metà del costo pubblicitario del prodotto A. Chi non ha questa tabella tratta A e B allo stesso modo, ed è l’errore dell’apertura.
2. Il valore del cliente nel tempo (LTV, lifetime value). Quanto margine genera un cliente in tutta la relazione, non solo al primo acquisto. Per una PMI basta: margine medio per ordine × ordini all’anno × anni di durata media della relazione, calcolato sui dati veri del gestionale. Il numero cambia la prospettiva: un cliente che al primo ordine lascia 23 € di margine ma riordina otto volte l’anno per tre anni vale oltre 500 €, e improvvisamente si può spendere per acquisirlo molto più di quanto sembrasse.
3. Il costo massimo di acquisizione (CAC massimo). Quanto si può spendere per conquistare un cliente restando in utile. La logica: si parte dal valore del cliente (primo ordine o LTV, a seconda della prudenza e della cassa) e si decide quanta parte di quel margine investire per l’acquisizione. Un’azienda prudente dirà «non più di metà del margine del primo acquisto»; una con riacquisto dimostrato potrà spingersi oltre. Non esiste il numero giusto in assoluto. Esiste il numero deciso prima, invece che subìto dopo.
4. Il ROAS di pareggio. Il numero che traduce tutto questo nella lingua delle piattaforme pubblicitarie. ROAS (return on advertising spend) è il rapporto tra ricavi generati e spesa pubblicitaria. Il punto è sapere quale ROAS basta per non perdere soldi: prezzo di vendita ÷ margine di contribuzione. Per il prodotto A: 100 ÷ 45 = 2,2. Per il prodotto B: 100 ÷ 23 = 4,3. Significa: una campagna sul prodotto B con ROAS 3 sembra buona (ogni euro ne genera tre!) e invece è in perdita. Chi arriva ai corsi di advertising senza questo numero scritto su un post-it è alla mercé del primo report colorato.
Dove: costruzione vs raccolta
Deciso il quanto, resta il dove. Ogni euro di marketing lavora in uno di due modi:
- Raccolta. Intercetta domanda che già esiste: campagne di ricerca, presidio locale, retargeting. Rende in fretta, ma smette quando smetti di pagare.
- Costruzione. Crea asset che restano: contenuti, reputazione, lista contatti, sito che converte. Rende lentamente, ma si accumula.
La proporzione dipende dalla fase: chi parte da zero pesa sulla raccolta (serve ossigeno), chi è stabile deve spostare quote crescenti sulla costruzione. Il vizio da evitare è il 100% raccolta: si resta per sempre affittuari della propria visibilità. L’archivio ospiti del caso Garda (modulo 2) è un esempio di costruzione: un asset di proprietà che riduce i costi di acquisizione per sempre.
E tieni una riserva: un 15-20% del budget non allocato, per le opportunità (un evento locale, una collaborazione, un contenuto che decolla e merita spinta) e per i test. Un budget rigido al 100% è fragile quanto uno inesistente.
Al lavoro con l’AI
Il foglio dei numeri, con l’AI come direttore finanziario:
«Fammi da direttore finanziario. Costruiamo insieme, voce per voce, la tabella dei margini di contribuzione per le mie [N] linee di prodotto: chiedimi prezzi e costi uno alla volta, segnala i costi che sto dimenticando (resi, imballi, commissioni, tempo di lavorazione). Poi calcola per ciascuna linea: margine, ROAS di pareggio, e, dato un valore cliente nel tempo di [X, se lo conosci], un CAC massimo prudente e uno aggressivo. Spiegami ogni numero come a chi non è del mestiere, e alla fine dammi la tabella pronta da incollare nel mio documento strategico.»
Poi l’allocazione:
«Il mio budget marketing annuale sostenibile è [cifra]. La situazione: [fase dell’azienda, flusso clienti attuale, obiettivo della lezione precedente]. Proponi tre scenari di allocazione tra raccolta (domanda esistente), costruzione (asset durevoli) e riserva, spiegando per ciascuno: logica, risultati attesi nei primi 6 mesi vs 18 mesi, rischi principali. Raccomandane uno e difendilo.»
Errori comuni
- Budget a progetto («rifacciamo il sito») senza budget di esercizio: gli asset senza carburante non producono.
- Giudicare in tre mesi ciò che matura in dodici.
- LTV gonfiato per giustificare campagne in perdita: «ma il cliente poi torna» è vero solo se il riacquisto è misurato. Finché non lo è, prudenza: si ragiona sul margine del primo ordine.
- Non comunicare i numeri a chi gestisce le campagne: un fornitore senza tabella dei margini ottimizza alla cieca, nel migliore dei casi sul fatturato e nel peggiore sulle vendite in perdita.
- Copiare l’allocazione altrui: la proporzione costruzione/raccolta dipende dalla tua fase, non dal settore.
Checklist operativa
- Costruisci la tabella dei margini di contribuzione per linea/prodotto (prompt del box).
- Calcola l’LTV realistico sui dati del gestionale; se il riacquisto non è misurato, usa il margine del primo ordine.
- Decidi il CAC massimo e scrivi il ROAS di pareggio per linea. Sul serio: scrivilo dove lo ritrovi.
- Definisci il budget mensile sostenibile per 12 mesi e mettilo per iscritto.
- Dividi: quanto in raccolta, quanto in costruzione, quanto in riserva.
- Elenca gli asset di marketing che possiedi già (sito, lista contatti, recensioni, contenuti): cosa va manutenuto prima di costruire il nuovo?
- Se un fornitore gestisce le tue campagne: consegnagli la tabella dei margini e il ROAS di pareggio per linea. Oggi.